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  La Disneyland al contrario di Olivo Barbieri  
  di Luca Panaro  
   
  «Ci fu un tempo in cui il reale si distingueva bene dalla finzione, in cui ci si poteva fare paura raccontandosi storie ma sapendo che erano inventate, in cui si andava in luoghi specializzati e ben delimitati (parchi di divertimenti, fiere, teatri, cinema) in cui la finzione copiava il reale. Ai nostri giorni, insensibilmente, si sta producendo l’inverso: il reale copia la finzione».[1] Marc Augé  
   
  Variare il punto di vista apre nuove prospettive di ricerca, permette di vedere luoghi conosciuti come mai erano stati osservati prima. Edward Ruscha fece fotografare dall’alto una trentina di parcheggi vuoti (Thirty-Four Parking Lots, 1967) mostrando una Los Angeles inedita, dominata da enormi spazi costruiti per le automobili. Nel 1826-27, Joseph-Nicéphore Niépce realizzò la nota Veduta da una finestra della casa di Gras, comunemente riconosciuta come la prima fotografia della storia. Louis-Jacques Mandé Daguerre, nel 1839, riprese da posizione rialzata Boulevard du Temple a Parigi, più celebre per essere la più antica immagine fotografica in cui compare la figura umana. Ma il primo a riprendere da un pallone aerostatico fu Gaspard-Félix Tournachon, detto Nadar, quando nel 1858 s’innalzò sulla città di Parigi riprendendola come mai era stato fatto. Da questo momento in poi, come sostiene Paul Virilio, «è impossibile parlare dell’arte senza parlare dell’alzarsi in volo, dell’ascensione, e questo da Beuys a Turrel passando per molti altri».[2]
All’inizio degli anni quaranta del Novecento Jackson Pollock metteva la tela sul pavimento per scorgere il quadro da un punto di vista differente, realizzando le sue opere come fossero paesaggi osservati dall’aereo. Anche le installazioni ambientali di Christo e Jeanne-Claude, hanno come visione privilegiata quella dall’alto. Si pensi all’impacchettamento del Reichstag di Berlino (1971-1995) o alle Gates (1979-2005) visibili per due settimane al Central Park di New York City; in entrambi i casi rimangono solamente delle fotografie, fra le quali le più interessanti sono proprio quelle riprese da un punto di vista rialzato. Lo stesso si potrebbe dire per Spiral Jetty (1970) di Robert Smithson o di altre opere della Land Art. Si tratta di una rivoluzione percettiva che distingue il vecchio dal nuovo Continente, «per il vecchio continente, la visione sull’orizzonte e la sua prospettiva ferroviaria; per il Nuovo Mondo, la visione sul nadir a partire dallo zenit aereo: mondo astratto dell’aeroscopia celebrata da Nadar che, alla fine del XX secolo, approderà alla megaloscopia televisiva».[3]
La dimensione del volo, dopo l’11 settembre 2001, si è caricata di valenze inquietanti. Il nostro mondo, dopo quella data, si mostra indefinito, imprevedibile, caotico. E’ messa in dubbio la visione che credevamo fino a quel momento immutabile, rapidamente sostituita con un’altra di segno opposto. Il progetto site specific_ di Olivo Barbieri nasce concettualmente proprio in seguito a questa situazione d’inquietudine. Sorvolare le città dall’elicottero permette all’artista di capire quanto sia minacciosa una cosa proveniente dall’alto. Il lavoro presentato in questo libro, site specific_NEW YORK CITY 07, è l’ultimo di un più ampio progetto iniziato nel 2004, comprendente opere fotografiche e film realizzati in alcune grandi città del mondo. Barbieri ha effettuato riprese aeree a bassa quota di Roma, Montreal, Amman, Las Vegas, Los Angeles, Torino, Shanghai, Siviglia, Petra, Pompei.
Fotografare una città come New York City non è certo cosa facile, comporta una serie di rischi, primo fra tutti quello di produrre immagini banali, già viste. Olivo Barbieri, invece, riesce a restituire una città nuova; ripresa dall’alto, New York City, prende le distanze dalle proprie memorie, si trasforma in un enorme plastico in grado di rendere inedita la realtà, si presenta come modificabile, simile nell’aspetto ad un luogo in fase progettuale. Quella avanzata da Barbieri è l’ipotesi di un mondo plurale e indefinito, perché, come sostiene Gianni Vattimo, «anche nell’estetica esperiamo ciò che, con diverse modalità e carica drammatica, accade nella scienza, che era sempre sembrata il luogo del darsi del mondo come oggetto unico; esperiamo cioè che il mondo non è uno, ma molti; ciò che chiamiamo il mondo è forse solo l’ambito “residuale”, e l’orizzonte regolativo in cui si articolano i mondi».[4]
Le immagini ottenute dall’artista suggeriscono una sorta di Disneyland al contrario: se nel parco di divertimento si visita ciò che non esiste ma sembra vero, nelle opere di Olivo Barbieri la realtà dei luoghi è trasformata in una sorta di modellino sovradimensionato. Nell’epoca di Google Earth, l’intero pianeta, fotograficamente mappato, è sorvolato dall’internauta e fatto ruotare come fosse un planisfero da tavolo. Un’analoga dimensione virtuale dello spostamento è quella percepibile nella serie Atlante di Luigi Ghirri; l’artista nel 1973 sfrutta la possibilità di compiere un viaggio fotografico a volo d’uccello sulle pagine di carta di un normale atlante geografico. «Mano a mano che la scrittura sparisce, spariscono meridiani e paralleli, numeri, il paesaggio diventa “naturale”, non viene più evocato, ma si dispiega davanti a noi, come se sotto i nostri occhi una mano avesse sostituito il libro con un paesaggio reale».[5] Ghirri dunque trasforma la finzione in realtà, così come accade nella serie In scala (1977-78) realizzata all’Italia in Miniatura di Rimini, parco di divertimento e atlante tridimensionale. Dall’alto verso il basso i visitatori possono osservare con un solo sguardo le bellezze di un’Italia miniaturizzata, aggirandosi come novelli Gulliver in un paesaggio artificiale fatto di monumenti, montagne, ruderi, piazze, chiese e laghi. Nelle opere fotografiche di Ghirri un paesaggio falso viene dato come vero. Così come il cinema, ricostruendo la realtà negli studios, è stato il primo a rendere credibile la finzione. Allo stesso modo, nei lavori di Oliver Boberg, James Casebere, Miles Coolidge, Thomas Demand, Hans Op de Beeck, Edwin Zwakman, una veduta artificiale, ricostruita in studio utilizzando materiali leggeri, viene restituita fotograficamente come se ripresa dal vero.
Olivo Barbieri fonda la filosofia del progetto site specific_ su queste considerazioni, ma capovolgendole. Come sostiene Marc Augé, oggi «è la città di Superman e dei fumetti che la vita reale si appresta ad imitare. Si chiude dunque il cerchio che, da uno stato in cui le finzioni si nutrivano della trasformazione immaginaria del reale, ci fa passare a uno stato in cui il reale si sforza di riprodurre la finzione».[6] Se a Disneyland l’inganno si tramuta magicamente in realtà, nelle opere fotografiche di Olivo Barbieri, al contrario, è la realtà a convertirsi in finzione, il vero in non-vero, mostrando quanto sostenuto da molti filosofi; cioè che nell’attuale spazio urbano e sociale la distinzione tra realtà e finzione è sempre meno riconoscibile.
 
   
  Testo pubblicato nel libro:  
  "Olivo Barbieri. site specific_NEW YORK CITY 07" (a cura di Luca Panaro), APM Edizioni, Carpi 2007  
   
[1] Marc Augé, L’impossible voyage. Le tourisme et ses images [1997], edizione italiana Disneyland e altri nonluoghi, Bollati Boringhieri, Torino 1999, p. 47
 
  [2] Paul Virilio, L’Art à perte de vue [2005], edizione italiana L’arte dell’accecamento, Raffaello Cortina Editore, Milano 2007, p. 60  
  [3] op. cit. p.30  
  [4] Gianni Vattimo, La società trasparente [1989], Garzanti, Milano 2000, p. 93  
  [5] Luigi Ghirri, Niente di antico sotto il sole (a cura di Paolo Costantini e Giovanni Chiaramonte), Società Editrice Internazionale, Torino 1997, p. 30  
  [6] Marc Augé, op.cit. p.113  
   
  Per la stesura di questo testo sono stati consultati i seguenti libri di Olivo Barbieri: Notsofareast, Donzelli Editore, Roma 2001 - Virtual Truths (a cura di Paola Tognon, con testi di Hubertus von Amelunxen, Jon Bird, Paola Tognon), Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (MI) 2001 - site specific_ROMA 04 (a cura e con un’intervista di Marco Delogu), Zone Attive Edizioni, Roma 2004 - site specific_SHANGHAI 04 (testo di Francesco Zanot), Editrice Quinlan, Bologna 2006 - Lugo e il mare (conversazione dell’autore con W.Guadagnini, L.Nostri, F.Zanot), Edizioni Punctum, Roma 2006. Inoltre si è presa visione del testo “Unreal cities” di Christopher Phillips (catalogo della mostra site specific_, Bund 18, Shanghai 2006) e di alcune interviste realizzate ad Olivo Barbieri da John Shnier (catalogo della mostra site specific_Las Vegas 05, Wonder Inc. – Brancolini Grimaldi, Toronto 2005), Stephen Hepworth (catalogo della mostra site specific_, Bloomberg SPACE, London 2006) e Pierluigi Nicolin (“Luoghi veri e finti”, Lotus international 129, Milano 2006).