INTERVISTA A BETTY BEE  
  di Luca Panaro  
     
 

Fotografia, video, performance, installazioni, recentemente hai realizzato oggetti d'arte orafa, ed ora un nuovo progetto dove ti esprimi nuovamente con la pittura. Qual è il comune denominatore della tua ricerca artistica, nonostante le diverse tecniche espressive che utilizzi?
La mia mente: per me diabolica, per gli altri geniale. Un poeta inglese ripeteva che la poesia è un'emozione rivissuta in tranquillità, io nell'arte cerco di rappresentare attraverso diverse tecniche le emozioni che, avendole vissute, sono sempre presenti nella mia mente. Vivono con me, fanno parte di me e come ha detto in un'intervista Achille Bonito Oliva, evidentemente, è questa una sorta di auto-terapia. Da piccola sono stata costretta ad essere spettatrice della realtà, così ho fotografato il mondo che mi circondava e i diversi fotogrammi sono poi diventati un video nella mia testa. La realtà stessa mi appare come una performance, un'installazione permanente in cui la gente si preoccupa di apparire e non di essere. Come più volte ho detto, l'arte non è un mestiere, ma è un mistero.

Ricordo una serie di fotografie degli anni Novanta che ti ritraggono nei panni di un travestito, di una sposa meridionale, della Monna Lisa… Hai più volte dichiarato che l'arte è qualcosa che va vissuto sulla pelle, come hai ben rappresentato in "It's territorial game": una foto del tuo seno su cui hai disegnato un vulcano con una matita per gli occhi. Che ruolo ha il tuo corpo nelle azioni artistiche che realizzi?
Nelle foto non sono gli altri a ritrarmi ma sono io che come un regista dico quando riprendere. Il mio corpo è un supporto ideologico quando entra in gioco l'arte; è la parte più utilizzabile del mio protagonismo. E' forse l'installazione meglio riuscita, poiché quando esco tutti mi osservano e mi scrutano. Penso che il fatto stesso che prima di uscire da casa ci guardiamo allo specchio sia sintomatico; indossiamo tutti una maschera. I travestiti sono delle figure che ho sempre osservato e che ho cercato di capire, invece di giudicare ed attaccare come fanno molti. Le foto mi permettono di fermare il tempo su quegli aspetti che spesso per la maggior parte delle persone rappresentano dei semplici istanti di vita.

Nei tuoi lavori arte e vita sono spesso inscindibili. Un'evidente operazione autobiografica è quella messa in atto in "Mappacubo", un fumetto con la vera storia della tua vita. Ma l'opera più forte in questa direzione è probabilmente "Lionetti Luigi classe 1920", ce ne vuoi parlare?
"Lionetti Luigi classe 1920" è stata la mia vera terapia nell'arte, e resta un'esperienza incompleta perché tuttora quando rivedo quel video un subbuglio di emozioni m'impediscono di capire qual è stata la vera paura. E poi penso che per tutti arte e vita siano inscindibili. La differenza sta nella rappresentazione. Molti esternano l'arte attraverso conoscenze che hanno incamerato nelle accademie, io metto fuori la vita attraverso l'arte che non ho studiato, ma che fa parte di me da sempre. Ritengo di essere nata in anticipo rispetto ai tempi. Spesso mi sento dire da chi ha scelto di fruire dell'arte che dovrei proporre nuove cose. Ma l'arte non è un qualcosa che "studio a tavolino". Anche lo stesso soggetto, per i miei occhi, ha forme diverse, rappresenta ogni volta un qualcosa di nuovo.

Ci sono dei soggetti che ricorrono nella tua produzione?
Te ne posso citare alcuni. La Sirena e lo Yuppepì che sono stati miei compagni di gioco nell'infanzia. Si tratta di due soggetti dai quali la mia psicologia non si è mai separata e chi si aspetta cose nuove dovrebbe forse riflettere di più e pensare a come riesce a liberarsi facilmente degli affetti passati. Da piccola ero chiusa in casa da mio padre e ritrovandomi sola modellavo del materiale plastico, che poi, quando mio padre rientrava, per paura di essere punita, buttavo a terra e schiacciavo sotto i piedi facendogli prendere quella forma che oggi si può vedere nelle opere. "Lick and go" nasce nel 1996 quando mi sono inventa una campagna per promuovere l'iniziativa di adozione a distanza di opere d'arte. Le mie ovviamente! Versando una cifra mensile su un conto corrente, per la durata di dodici mesi, si riceveva la fotografia dell'opera scelta, che allo scadere dell'anno diventava di chi l'aveva adottata. Il gelato è un'esca per i bambini che non conoscono ancora il sapore della vita. Per gli adulti che invece pensano di sapere tutto, ho nel cassetto un nuovo lavoro che nessuno ancora conosce e che propone il gelato per la gioia dei grandi. Poi ci sono i fiori, grandi e piccoli, uniti e sparsi, con il denominatore comune di essere liberi. Non sono riposti in un vaso, non sono riprodotti in un campo, ma adagiati su una tela (perché io lavoro orizzontalmente), curati e poi lasciati alla loro bellezza.

Il trasformismo irruente degli inizi ha lasciato spazio ad un'introspezione più matura. Sei tu ad essere cambiata oppure è l'ambiente circostante a richiedere una variazione di linguaggio?
E' l'arte contemporanea che ha questa pretesa. In un'epoca più favorevole ho sentito forte la necessità dell'irruenza che fa parte anche del mio carattere; e non è detto che nel futuro si ripresenti un periodo che faccia riemergere quell'impulsività che tutti da me si aspettano. E poi vedi Luca, l'arte è interpretazione. Potrebbe anche essere che all'inizio dietro quel trasformismo impetuoso ci fosse una matura introspezione e che oggi con la maturità ci sia maggiore leggerezza. Ognuno è libero di leggere un'opera d'arte con i propri occhi.

Nel tuo ultimo progetto, quello che presenti qui a Modena, rivolgi l'attenzione verso un'urgenza che riguarda il nostro pianeta, il cosiddetto Effetto Serra. Come hai sviluppato questo importante tema dal punto di vista visivo?
BB: Ovviamente in tondo, con tutto un mondo sommerso da una crosta semitrasparente e in parte fosforescente, dove si intravede appena la natura semi-intatta o devastata dall'effetto stesso e protetta metaforicamente da una rete a nido d'ape. Le reti nate con me continueranno ad esistere anche quando il mondo sarà sommerso dall'effetto serra.

Hai parlato delle reti, del nido d'ape che ritorna con l'effetto serra. Cosa rappresenta per te?

Il nido d'ape, le reti, le catene ed il filo spinato nascono con la mia produzione artistica. Rappresentano dei simboli con i quali cerco di proteggere ed allo stesso tempo imprigionare le mie opere, consapevole del fatto che non le potrò custodire per sempre. È un meccanismo che scatta, quello di voler preservare le mie creazioni avendo vissuto sulla pelle il male in diverse forme.

Alle opere pittoriche hai affiancato un'installazione ambientale. Lo hai fatto per coinvolgere direttamente il visitatore? Per scuoterci da quello stato di torpore che ci impedisce di comprendere la gravità della situazione?

E' legittimo coinvolgere i visitatori, come già ho fatto in altre mostre. In questo caso cerco di sensibilizzare maggiormente attraverso la mia arte… affiancandomi alla scienza ed ai media. Dove questi arrivano con le parole, io cerco di approdare con l'arte e con il "calore"…

20 ottobre 2008

 
     
   
  Testo pubblicato sul folder di mostra:  
  "Betty Bee. Effetto serra" (a cura di Luca Panaro), Betta Frigieri Arte Contemporanea, Ottobre 2008