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Fotografia,
video, performance, installazioni, recentemente hai realizzato oggetti
d'arte orafa, ed ora un nuovo progetto dove ti esprimi nuovamente
con la pittura. Qual è il comune denominatore della tua ricerca
artistica, nonostante le diverse tecniche espressive che utilizzi?
La mia mente: per me diabolica, per gli altri geniale. Un poeta
inglese ripeteva che la poesia è un'emozione rivissuta in tranquillità,
io nell'arte cerco di rappresentare attraverso diverse tecniche
le emozioni che, avendole vissute, sono sempre presenti nella mia
mente. Vivono con me, fanno parte di me e come ha detto in un'intervista
Achille Bonito Oliva, evidentemente, è questa una sorta di auto-terapia.
Da piccola sono stata costretta ad essere spettatrice della realtà,
così ho fotografato il mondo che mi circondava e i diversi fotogrammi
sono poi diventati un video nella mia testa. La realtà stessa mi
appare come una performance, un'installazione permanente in cui
la gente si preoccupa di apparire e non di essere. Come più volte
ho detto, l'arte non è un mestiere, ma è un mistero.
Ricordo una serie di fotografie degli anni Novanta che ti
ritraggono nei panni di un travestito, di una sposa meridionale,
della Monna Lisa… Hai più volte dichiarato che l'arte è qualcosa
che va vissuto sulla pelle, come hai ben rappresentato in "It's
territorial game": una foto del tuo seno su cui hai disegnato un
vulcano con una matita per gli occhi. Che ruolo ha il tuo corpo
nelle azioni artistiche che realizzi?
Nelle foto non sono gli altri a ritrarmi ma sono io che come un
regista dico quando riprendere. Il mio corpo è un supporto ideologico
quando entra in gioco l'arte; è la parte più utilizzabile del mio
protagonismo. E' forse l'installazione meglio riuscita, poiché quando
esco tutti mi osservano e mi scrutano. Penso che il fatto stesso
che prima di uscire da casa ci guardiamo allo specchio sia sintomatico;
indossiamo tutti una maschera. I travestiti sono delle figure che
ho sempre osservato e che ho cercato di capire, invece di giudicare
ed attaccare come fanno molti. Le foto mi permettono di fermare
il tempo su quegli aspetti che spesso per la maggior parte delle
persone rappresentano dei semplici istanti di vita.
Nei tuoi lavori arte e vita sono spesso inscindibili. Un'evidente
operazione autobiografica è quella messa in atto in "Mappacubo",
un fumetto con la vera storia della tua vita. Ma l'opera più forte
in questa direzione è probabilmente "Lionetti Luigi classe 1920",
ce ne vuoi parlare?
"Lionetti Luigi classe 1920" è stata la mia vera terapia nell'arte,
e resta un'esperienza incompleta perché tuttora quando rivedo quel
video un subbuglio di emozioni m'impediscono di capire qual è stata
la vera paura. E poi penso che per tutti arte e vita siano inscindibili.
La differenza sta nella rappresentazione. Molti esternano l'arte
attraverso conoscenze che hanno incamerato nelle accademie, io metto
fuori la vita attraverso l'arte che non ho studiato, ma che fa parte
di me da sempre. Ritengo di essere nata in anticipo rispetto ai
tempi. Spesso mi sento dire da chi ha scelto di fruire dell'arte
che dovrei proporre nuove cose. Ma l'arte non è un qualcosa che
"studio a tavolino". Anche lo stesso soggetto, per i miei occhi,
ha forme diverse, rappresenta ogni volta un qualcosa di nuovo.
Ci sono dei soggetti che ricorrono nella tua produzione?
Te ne posso citare alcuni. La Sirena e lo Yuppepì che sono stati
miei compagni di gioco nell'infanzia. Si tratta di due soggetti
dai quali la mia psicologia non si è mai separata e chi si aspetta
cose nuove dovrebbe forse riflettere di più e pensare a come riesce
a liberarsi facilmente degli affetti passati. Da piccola ero chiusa
in casa da mio padre e ritrovandomi sola modellavo del materiale
plastico, che poi, quando mio padre rientrava, per paura di essere
punita, buttavo a terra e schiacciavo sotto i piedi facendogli prendere
quella forma che oggi si può vedere nelle opere. "Lick and go" nasce
nel 1996 quando mi sono inventa una campagna per promuovere l'iniziativa
di adozione a distanza di opere d'arte. Le mie ovviamente! Versando
una cifra mensile su un conto corrente, per la durata di dodici
mesi, si riceveva la fotografia dell'opera scelta, che allo scadere
dell'anno diventava di chi l'aveva adottata. Il gelato è un'esca
per i bambini che non conoscono ancora il sapore della vita. Per
gli adulti che invece pensano di sapere tutto, ho nel cassetto un
nuovo lavoro che nessuno ancora conosce e che propone il gelato
per la gioia dei grandi. Poi ci sono i fiori, grandi e piccoli,
uniti e sparsi, con il denominatore comune di essere liberi. Non
sono riposti in un vaso, non sono riprodotti in un campo, ma adagiati
su una tela (perché io lavoro orizzontalmente), curati e poi lasciati
alla loro bellezza.
Il trasformismo irruente degli inizi ha lasciato spazio ad
un'introspezione più matura. Sei tu ad essere cambiata oppure è
l'ambiente circostante a richiedere una variazione di linguaggio?
E' l'arte contemporanea che ha questa pretesa. In un'epoca più favorevole
ho sentito forte la necessità dell'irruenza che fa parte anche del
mio carattere; e non è detto che nel futuro si ripresenti un periodo
che faccia riemergere quell'impulsività che tutti da me si aspettano.
E poi vedi Luca, l'arte è interpretazione. Potrebbe anche essere
che all'inizio dietro quel trasformismo impetuoso ci fosse una matura
introspezione e che oggi con la maturità ci sia maggiore leggerezza.
Ognuno è libero di leggere un'opera d'arte con i propri occhi.
Nel tuo ultimo progetto, quello che presenti qui a Modena,
rivolgi l'attenzione verso un'urgenza che riguarda il nostro pianeta,
il cosiddetto Effetto Serra. Come hai sviluppato questo importante
tema dal punto di vista visivo?
BB: Ovviamente in tondo, con tutto un mondo sommerso da una crosta
semitrasparente e in parte fosforescente, dove si intravede appena
la natura semi-intatta o devastata dall'effetto stesso e protetta
metaforicamente da una rete a nido d'ape. Le reti nate con me continueranno
ad esistere anche quando il mondo sarà sommerso dall'effetto serra.
Hai parlato delle reti, del nido d'ape che ritorna con l'effetto
serra. Cosa rappresenta per te?
Il nido d'ape, le reti, le catene ed il filo spinato nascono con
la mia produzione artistica. Rappresentano dei simboli con i quali
cerco di proteggere ed allo stesso tempo imprigionare le mie opere,
consapevole del fatto che non le potrò custodire per sempre. È un
meccanismo che scatta, quello di voler preservare le mie creazioni
avendo vissuto sulla pelle il male in diverse forme.
Alle opere pittoriche hai affiancato un'installazione ambientale.
Lo hai fatto per coinvolgere direttamente il visitatore? Per scuoterci
da quello stato di torpore che ci impedisce di comprendere la gravità
della situazione?
E' legittimo coinvolgere i visitatori, come già ho fatto in altre
mostre. In questo caso cerco di sensibilizzare maggiormente attraverso
la mia arte… affiancandomi alla scienza ed ai media. Dove questi
arrivano con le parole, io cerco di approdare con l'arte e con il
"calore"…
20 ottobre 2008
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