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INTERVISTA
A ROBERT GLIGOROV |
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di
Luca Panaro |
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Hai
iniziato come disegnatore di fumetti, grafico, illustratore, attore,
produttore musicale… Dal 1996 stupisci il mondo dell'arte con immagini
fotografiche, spesso testimonianze di performances che ti vedono protagonista.
Il corpo è l'elemento principale della tua indagine artistica. Perché?
Sì, devo dire che ho avuto delle fasi in cui il corpo era un tramite
ideale per i miei progetti, a dire il vero non so se ho già esaurito
questa ricerca, ma oggi sono molto più concentrato sulle tematiche
sociali, magari anche perché sono invecchiato e quindi tendo ad essere
più analitico. È come se da giovani si pensasse di essere al centro
del mondo e poi, come se una telecamera uscisse dalla tua testa, ci
si rendesse conto tutto ad un tratto di essere circondati da un ambiente,
da persone, da un paese, da una nazione, dal mondo. Incominci così
ad occuparti di tutto, mettendo da parte l'egocentrismo e l'antropocentrismo.
Quest'attenzione per il corpo può essere ricercata nell'educazione
ricevuta nella tua terra d'origine?
Non ho avuto una vera formazione famigliare, poiché non ho mai avuto
una famiglia, né un'educazione militare, di partito. Mi definisco
un nomade, un randagio, un autodidatta. L'ambiente ha influenzato
la mia psiche esattamente come nella teoria di Darwin e quindi indirettamente
sono stato sicuramente affascinato dal sogno socialista e dal corpo
come simbolo di sicurezza, speranza e destino. Nel mio paese, nonostante
vi abbia vissuto in un periodo di regime socialista, sono uscito indenne
e senza grossi traumi da restrizioni e obblighi dello Stato. Sì, una
parata per Tito l'ho fatta, devo però anche dire che quando la psiche
e il corpo sono messi in situazioni di bisogno estremo ci sono anche
maggiori stimoli che ti spronano al raggiungimento di un obiettivo
per la sopravvivenza, come dire, per dare il massimo devi essere in
una condizione di forte motivazione altrimenti tutto il tuo operato
diventa di "maniera". Non mi sembra in ogni caso che il partito comunista
abbia contribuito allo sviluppo dell'arte contemporanea in modo efficace.
Sono sempre stato un fanatico dello sport e nelle mie opere questa
cosa è spesso presente.
Hai più volte messo in discussione la tua identità di uomo, ibridando
il corpo con elementi presi a prestito dal mondo animale, vegetale
o minerale. Quale messaggio hai voluto comunicare con queste mutazioni
epidermiche?
Ho un forte senso della giustizia, e trovo assolutamente aberrante
l'idea di uccidere gli animali per mangiarli, usarli per esperimenti
scientifici e tutto quello che riguarda l'utilizzo della loro carne.
Provo quindi un forte senso di colpa nel non dare un messaggio abbastanza
efficace per quanto riguarda la sensibilizzazione dell'opinione pubblica.
Certo, il mondo ha tanti problemi e ovviamente non possiamo parlare
di tutto, ma le problematiche riguardanti gli animali le sento particolarmente.
Nelle mie opere più che sfruttare gli animali m'immedesimo in loro.
Credo che saremo veramente evoluti soltanto il giorno in cui in tutto
il mondo gli animali saranno rispettati alla pari degli esseri umani,
potendo così meravigliarci della magia che contraddistingue la loro
esistenza.
Fra i lavori del passato ricordo lo stupore provato alla visione
di "Waiting", performance del 1997 documentata in un dittico fotografico.
Ce ne puoi parlare?
Non ho molto da aggiungere oltre a quello che le immagini ti hanno
comunicato, un opera non ha bisogno di essere svelata più di tanto
proprio per non essere banalizzata. Sarebbe come spiegare una barzelletta.
Però in quel lavoro c'è tutta la poetica e la consapevolezza della
mia, o nostra, fragilità, precarietà, temporaneità. Oggi forse non
rifarei un lavoro del genere, poiché i reality televisivi utilizzano
lo stesso atteggiamento visivo. Come dire, l'arte suggerisce e l'industria
scippa i contenuti.
Quanto è importante l'idea e quanto la forma? …e quanto il fare?
L'idea è la base di tutto, l'arte del passato e del presente è di
pensiero, di concetto. La forma è il vestito, è come coprire con un
bell'abito il concetto. La forma rappresenta l'aspetto seduttivo.
Il fare è l'energia che si mette nel realizzare la forma e l'idea,
per renderle credibili ed attuabili. Quindi al fare attribuisco il
significato manageriale, mi dispiace dirlo ma, come nel passato, anche
oggi il fare è alla base del successo di un'opera, non basta produrre,
ma bisogna poi contestualizzare l'idea. Tiziano era un grande manager,
così Andy Warhol, Jeff Koons e tanti contemporanei. Solitamente un
artista di successo ha competenze e capacità in diversi campi promozionali,
come il marketing o il management, allearsi con istituzioni o gallerie
ad hoc e la capacità di rendere tangibile e credibile una sua idea
visionaria.
Parlaci del progetto che presenti qui a Modena in questo nuovo spazio
espositivo…
Adoro fare mostre perché mi danno la possibilità di realizzare nuovi
progetti. Non sono un artista che produce e poi espone semplicemente
il suo operato, ma contestualizzo la mia opera nello spazio che mi
ospita. Sperimenterò sicuramente un'idea nuova… Non la definisco del
tutto perché è in fase di costruzione, ma l'idea della mostra è fare
il punto della situazione sui miei interessi sociali, sulla bellezza,
sugli animali e sul senso del fare arte… vedrai!
Perché hai deciso di trattare questi temi partendo da immagini
reperite sui giornali?
In realtà l'artista attinge da ciò che lo circonda, fa copie dal vero,
si ispira a fatti di cronaca, alle letture, al cinema, alla fotografia,
come dire, è tutto arte, anche l'operato di altre persone. Quando
un'idea è buona penso che appartenga alla collettività, non ho quindi
problemi a prendere immagini preesistenti, perché se mi hanno attratto
vuol dire che in loro c'è qualcosa di me, del mio gusto. Come un regista
muovo i fotogrammi per realizzare un montaggio inedito e quindi finalizzo
l'idea alla mia sensibilità. Non è una regola ma solo una possibilità.
Hai dichiarato più volte di vedere nel pubblico il tuo punto
d'arrivo. Come pensi che reagisca lo spettatore di fronte a questa
installazione?
Mi diverte molto l'impatto e il commento. Nell'arte ci sono vari livelli
di lettura, c'è lo spettatore occasionale, c'è l'habitué, c'è il competente,
c'è il prevenuto su tutto e c'è invece quello che io più adoro, in
altre parole la persona aperta ad ogni nuova possibilità. Mi piace
quando i miei lavori sono spunto di dibattito, non solo provocazioni
fini a se stesse per la loro bellezza o contenuti, ma capaci di concedere
un valore al fare. Non m'interessa l'arte commerciale fatta solo per
abbellire una parete, non l'arte furba realizzata per sedurre i poteri
forti. M'interessa un'arte che abbia un significato effettivo, che
stimoli nello spettatore la partecipazione all'evento. Se volessi
fare delle mostre di massa alzerei il tiro nella visibilità e nella
proposta dell'operazione artistica, ma anche una cosa più domestica
può avere una sua lucida morbosità. Il grande impegno che metto in
ogni lavoro non serve a mostrare la mia abilità, bensì a farvi dimenticare
chi è l'autore per fare parlare le opere.
Modena, 17 aprile 2008 |
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Testo
pubblicato sul folder di mostra: |
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"Robert
Gligorov. Chronicle private stories"
(a cura di Luca Panaro), Betta Frigieri Arte Contemporanea,
Maggio 2008 |
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