INTERVISTA CON ANTONIO RIELLO  
  di Luca Panaro  
   
 

Fin dai primi anni della tua carriera artistica hai manifestato uno spiccato interesse verso l'arte digitale, con una particolare attenzione al videogame. A questo proposito, nel 1997, hai realizzato la prima opera d'arte in Europa in forma di videogioco: “Italiani Brava Gente”. Iniziamo da qui la nostra chiacchierata?
Sono certo che i media digitali rappresentino un territorio, sebbene non inesplorato, ancora pieno di grandi opportunità per l’arte contemporanea. Ma il mezzo digitale, anche se “trendy”, non ha valore artistico in sè, può esistere solo come l’espressione di una forte progettualità umanistica.

Quello che più mi colpisce della tua ricerca è l'accurata indagine delle reali potenzialità di un mezzo di comunicazione, aspetto tutto sommato abbastanza raro nel panorama artistico contemporaneo. Pensi che questo dipenda dal tuo osservare il mondo sempre “dalla parta sbagliata”?
Innanzitutto la mia generazione è la prima cresciuta in Italia con la TV, la prima che ha conosciuto il mondo indirettamente attraverso i media. Questo è molto importante per me. L’essere poi (quasi) sempre “dalla parte sbagliata” significa anche che certi meccanismi mediatici (i media creano e distruggono eroi continuamente) li posso vedere con un occhio privilegiato e disincantato.

Un'altra caratteristica poco diffusa in arte contemporanea, ma invece piuttosta marcata nella tua produzione, è quella pungente ironia che utilizzi senza riserve. Lo fai per dire quello che solitamente è considerato “politically incorrect”?
Soprattutto nel Regno Unito (dove passo parte dell’anno), come una sorta di nuova pruderie vittoriana, vige la regola del “politically correct a tutti i costi”. Questo significa in qualche modo un limite oggettivo alla libertà espressiva, un arte che finisce per autocensurarsi di continuo. L’ironia può in effetti servire talvolta a rompere questo tabù contemporaneo (anche in Italia, naturalmente...).

Ora veniamo al nuovo lavoro realizzato a Modena in occasione del Festival Filosofia. Perchè hai deciso di costruire una maschera raffigurante il tuo volto, suggerendo ai visitatori di indossarla come segno d'appartenenza?
“Siamo tutti un po’ africani” non è solo uno slogan legato ai ritrovamenti paleontologici che accomunano il genere umano, è anche la constatazione del dato di fatto che l’Europa (anche la provincia italiana) è diventata una società multietnica (ovviamente non solo di origine africana). Il mio “autoritratto multietnico” vuole essere semplicemente una epifania artistica di questa realtà (senza alcuna considerazione in merito, nè in positivo, nè in negativo).

Questa riflessione sul concetto di “comunità” è potenziata da due opere fotografiche installate negli spazi della galleria. Quale reazione prevedi da parte del pubblico?
Gli altri lavori esposti in galleria parlano in modo diverso dello stesso fenomeno. Professionalmente ho conosciuto un paio di arresti, varie denuncie, parecchie polemiche - anche violente - e censure, non ho timori di alcun tipo.

4 agosto 2009

 
   
  Testo pubblicato sul folder di mostra:  
  "Antonio Riello. Community Face" (a cura di Luca Panaro), Betta Frigieri Arte Contemporanea, Agosto 2009