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Nelle
tue opere dimostri sempre una grande abilità nel contrapporre la
realtà alla finzione, caratteristica particolarmente apprezzata
negli artisti della tua generazione poiché premonitrice del mondo
attuale. Come nasce l'idea di mescolare il naturale con l'artificiale?
L'interesse per la fusione tra naturale e artificiale nasce dal
fatto che sono spettatrice di me stessa mentre agisco nel mondo.
Mi sento attratta per natura da alcune cose decisamente artificiali
come se non potessi farne a meno. Cerco di limitarmi ma, in realtà,
cado in contraddizione e non posso evitare di ingannarmi da sola.
Mi riferisco a certi biscotti deliziosi che mangio, a certe creme
profumate che spalmo sulla mia pelle o a certi bellissimi tessuti
e colori che indosso. Secondo me un mondo senza miglioramenti artificiali
sarebbe inimmaginabile e brutalmente ridotto a una natura grezza
senza possibilità d'intervento umano. Dunque, per rispondere alla
tua domanda, l'unione di naturale e artificiale è ciò che sperimento
ogni giorno e spero di non essere l'unica.
Dalla fine degli anni Settanta hai utilizzato costantemente la
fotografia a colori, realizzando immagini che ancora oggi si rivelano
di grande impatto e attualità. Mais, arance, carote tagliate a cubetti
e altri prodotti della natura vengono presentati in maniera anomala,
inseriti sopra fondali multicolori che ne annullano la comune fruizione.
Che cosa intendevi comunicare con questa serie di opere fotografiche?
Dalla fine degli anni Settanta ho cominciato a usare il cibo come
mezzo per creare un linguaggio condiviso. Tutti devono mangiare.
Così lo scopo iniziale del mio lavoro sul cibo è stato quello di
creare un legame tra lo spettatore e l'opera. Osservando il mondo
del cibo mi rendo conto che qui l'intervento umano costituisce un
ampio fenomeno culturale. La manipolazione del cibo in termini di
forma, colore, gusto eccetera ha raggiunto risultati altamente innaturali.
Nelle culture occidentali la circolazione dei prodotti anche su
lunghe distanze ha incrementato l'uso di coloranti artificiali per
simulare la freschezza della verdura o della frutta appena raccolta,
per esempio. Con la fotografia commerciale la verità del cibo viene
sacrificata davanti all'apparenza di lucidi superfici che danno
l'impressione di qualcosa di succoso mentre le gocce di dimeticone
creano l'effetto bagnato della birra appena versata dentro un bicchiere
freddo. Nel mondo contemporaneo, pieno di opzioni e possibilità,
la freschezza diventa una qualità da ricostruire.
Dagli anni Ottanta i tuoi lavori più noti consistono in vere
e proprie stanze affollate da persone reali e sculture monocrome
riprodotte in serie. Nuovamente la macchina fotografica documenta
queste ambientazioni fantasiose prima della loro inesorabile scomparsa.
Si tratta di sogni infantili oppure di incubi attuali?
Negli anni Ottanta è cominciata la fascinazione per gli interni
che mi ha portato a riempirli di sospensioni e complicazioni, utilizzando
di solito gli animali. La scelta di questa presenza indica un legame
tra noi e il mondo naturale. Noi guardiamo il cane e il cane ci
guarda a sua volta. In quel momento sappiamo di non essere l'unica
coscienza al lavoro nell'universo. Il pianeta terra è un luogo abitato,
pieno di entità che non vedono e non possono vedere il mondo alla
nostra stessa maniera. Questa forma plurale di coscienza mi ha sempre
turbato dal momento che implica un caos effettivo impossibile da
verificare per noi. La realtà, dunque, è un caos che si rende tangibile
attraverso i limiti della percezione umana. Così, nel mio lavoro,
cerco di mostrare la realtà come ci appare, come un'estasi provocata
dalla struttura della nostra coscienza.
Quali autori hanno rappresentato un riferimento culturale
decisivo per l'evoluzione della tua ricerca artistica?
In questo momento il mio autore preferito è Henning Mankell, uno
scrittore svedese di libri gialli. La sua opera mi aiuta a capire
quanto gli americani e gli europei abbiano in comune, cosa che trovo
confortante. Quando ero una teenager leggevo libri molto lunghi,
come Tolstoj, e libri molto romantici come quelli delle sorelle
Bronte. Parlando di storia dell'arte, invece, i miei preferiti erano
i Manieristi italiani come Bronzino e Pontormo.
Nella serie True Fiction, qui presentata in anteprima per l'Italia,
sembri allontanarti dalla tua tradizionale iconografia. La bivalenza
interpretativa che caratterizza i tuoi lavori precedenti rimane
però immutata. Parlaci di queste immagini e dell'esigenza di prendere
una pausa dalla costruzione di ambienti scultorei per realizzare
un lavoro puramente fotografico.
"True Fiction" nasce inizialmente nel 1985-86. Volevo creare
delle immagini che rappresentassero gli interni e gli esterni contemporanei,
tipici delle località urbane o suburbane in America. Vivendo a New
York ero colpita dalla prossimità fra un immaginario violento, fatto
di macchine incidentate e abbandonate, e gli edifici che costituivano
lo sfondo per le lungimiranti forme narrative della moda, pronte
ad annunciare un rinnovamento della dimensione urbana. Allora sentivo
che la fotografia più della scultura poteva aiutarmi a fissare la
particolarità di quel momento nella cultura americana. Ho iniziato
il progetto nel 1985 fotografando persone, luoghi e cose, in differenti
sessioni e in bianco e nero. Volevo eliminare il colore dal soggetto
così da poter tornarci sopra per rimaneggiarlo. Pensavo di ristampare
il mondo per vederlo, per esempio, come un'ape o come una rana.
Ci ho messo due anni a raccogliere tutte le immagini: amici, parenti,
le loro case e, poi, in giro per New York e Brooklyn. Una volta
accumulate le immagini, ho cominciato a combinarle usando dei disegni
per suggerire alcuni spunti narrativi. Nel 1986 ho ricavato delle
fotografie a colori dai negativi in bianco e nero, scegliendo i
colori e realizzando io stessa le stampe. Dal momento che si trattava
di negativi in bianco e nero, tutte le fotografie erano monocrome.
Per ottenere il risultato finale ho tagliato diverse figure di persone
e le ho incollate sugli sfondi usando la classica tecnica del collage
con forbice e colla. In questo modo ho ottenuto un collage finale
per ciascuna delle venti immagini di "True Fiction". Infine ho rifotografato
il collage con la mia macchina 8 x 10 ricavando dei negativi a colori
di questo formato. Nel 1986 ho prodotto un portfolio dal titolo
"True Fiction" stampato con un sistema di transfer a colori. Non
ho mai terminato l'edizione completa delle 25 immagini per questo
portfolio. Allora, nel 2004, ho deciso di recuperare i negativi
originali a colori in 8 x 10 dalla prima edizione di "True Fiction"
per digitalizzarli al computer. Dalle scansioni sono riuscita a
lavorare meglio sui bordi unendo i ritagli per combinarli nel modo
più naturale possibile con il resto della fotografia. Questa seconda
edizione si chiama "True Fiction Two" ed è stampata a colori con
una tiratura di dieci copie. È proprio "True Fiction Two", la seconda
edizione, che ho portato in mostra da voi.
Pensi abbia ancora un significato produrre nuove immagini in
un mondo come il nostro ormai trasformato in un grande database?
Non sarebbe più semplice servirsi delle informazioni visive già
esistenti mutandole di significato?
Non penso che il mondo sia ridotto a un grande database. Il database
è semplicemente una forma in più di tecnologia. Se qualcuno sceglie
di immergersi nella realtà dell'esistenza digitale, allora può anche
credere che la realtà sia dominata dai media elettronici. Secondo
me, invece, in questo momento storico per l'umanità sono importanti
lo scambio e la comunicazione facilitati dai media digitali. Come
esseri umani, noi desideriamo l'interazione sociale. In prigione
l'isolamento è considerato una punizione durissima. Perciò ritengo
che i media elettronici siano i mezzi non il fine. Il fine rimane
sempre lo stesso: farci sentire a nostro agio in un mondo che non
ha molto senso. E stiamo meglio se condividiamo il nostro malessere.
(Traduzione
di Clara Carpanini)
2 agosto 2008
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